29 giugno 2017

Miles Davis, Guida per principianti

Miles Davis è uno dei jazzisti più conosciuti al mondo. Le sue origini agiate – padre dentista, madre violinista – potrebbero renderlo anacronistico rispetto allo stereotipo di musicista nigger di New Orleans: povero artista venuto dal basso che approccia il jazz improvvisando melodie. Ma Davis non si è mai sentito fuori dal genere, soprattutto dal punto di vista culturale e sociale.

Nato nel 1926 ad Alton, Stati Uniti, ebbe una carriera fulgida di successi, ma anche di periodi neri che segnarono la sua vita, come la dipendenza dall’eroina.
Suono pulito e morbido, assenza di vibrato, melodie nostalgiche e, spesso, icone della sua mestizia e ribellione interna, trasformatisi poi in talento e carica emotiva: questo era il Miles Davis sonoro, chiamato anche Principe delle tenebre.
Iniziò la sua carriera negli anni’ 40, ma fu la seconda metà degli anni ‘50 a segnare lo splendore innovativo del trombettista e a dare i natali a uno dei capolavori che restano ancora d’attualità: Kind of blue.
E’ uno degli album più intriganti e perfetti della storia del jazz, il lavoro musicale di genere che ha venduto più dischi nel mondo – parliamo di 10milioni di copie.
Ci vollero solo due sessioni di registrazione in una chiesa greco-ortodossa sconsacrata, il virtuosismo e la delicatezza emotiva di musicisti del calibro di John Coltrane, Paul Chambers, Jimmy Cobb, Bill Evans, Wynton Kelly e Julian “Cannonball” Adderley, per dare vita al capolavoro dei capolavori.
Kind of blue segnò un’era nella rivoluzione del jazz confermando la venuta del jazz modale.



Miles Davis è stato uno dei pochi musicisti a essere riuscito a sdoganare la figura del jazzista come personaggio di nicchia. Davis ha rinnovato il suo talento cercando sempre nuove vie d’uscita sperimentali che sono passate dal bepop sino al cool jazz, al jazz modale, per approdare alle sperimentazioni jazz rock e jazz elettronico (album consigliato Tutu), sino alle collaborazioni con artisti del pop e del blues italiano.
Uno fra tanti fu proprio Zucchero con il quale incise il brano “Dune mosse”, nel quale Davis riuscì a dare un apporto favolosamente incisivo e riconoscibile, nonostante il genere commerciale della canzone.



Fu sperimentale anche nella scelta degli strumenti: marchiato a fuoco come trombettista, non tutti sanno che Davis a volte amava anche far riposare i polmoni e dar e sfogo alle sue dita lasciandole ballare tra i bianchi e i neri della tastiera.

Fu innovativo e attraente anche nel vestiario. Le sue scelte stilistiche mutarono nel corso delle generazioni che attraversò: fu capace di seguire la moda, ma anche di segnarne nuovi stili. L’ultimo periodo, quella tra la fine degli anni ’80 e gli inizi dei ’90, segna la sua fase eccentrica: colori sgargianti sul palco alternati a occhiali da vecchietto trasandato.
Negli anni ’50, per svago, cominciò a dipingere e la pittura divenne la sua forma d’espressione principale negli seconda metà degli anni ’70 quando appese al chiodo la tromba per qualche anno. Realizzò grandi opere d’arte e alcuni suoi dipinti furono utilizzati anche come copertine degli album: un suo autoritratto compare sulla copertina del disco “Amandla” del 1989.

Miles Davis era così: un personaggio multiforme, mille anime in un solo cervello, uno che al di là delle donne che ha avuto, forse ha provato l’amore, quello vero, con la sua tromba. Un amore totale che nessuna traccia, nessun libro di storia musicale potrà mai rendere.

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