17 maggio 2017

Penguin Cafe – The Imperfect Sea (2017)

di Michele Palozzo

Pensare che a volte è sufficiente una sola immagine, dal tratto preciso e con figure ben contestualizzate, a generare un intero immaginario potenziale. È tra gli elementi determinanti dell'arte classica - specie dalla rivoluzione prospettica in poi - e il motivo per cui la figurazione non smette di comunicarci sensazioni vivide e condivise.
Al compianto Simon Jeffes è bastata una visione poetica del tutto casuale, un'ode al fascino dell'irrazionalità (l'incipit: "I am the proprietor of the Penguin Cafe, I will tell you things at random"), in seguito resa possibile nei dipinti della sua compagna Emily Young, eleganti sintesi tra la metafisica di De Chirico e le fantasie antropomorfe di Lewis Carroll.

Così era la musica della Penguin Cafe Orchestra: surreale e garbata come poteva esserlo l'idea di un jazz da camera "all'inglese", vagamente malinconico e un po' naif, imparentabile solamente allo sghembo sentiero solista del connazionale Robert Wyatt.
La morte di Jeffes, sopraggiunta prematuramente nel 1997, ha tagliato di netto un'avventura che avrebbe ripreso il suo corso intorno al volgere degli anni 10 per volontà del figlio Arthur che, pur dimostrando di appartenere a una generazione alquanto distante dall'ensemble originario, ha saputo assorbire e custodire il carattere più importante di quell'universo onirico: una serenità pressoché imperturbabile, unita al piacere di trovare una profonda empatia umana attraverso la musica.

E non occorre conoscere tutte le puntate precedenti per accorgersene: dietro l'artwork squisitamente essenziale di "The Imperfect Sea" sono custodite nove raffinate composizioni neoclassiche in cui Jeffes junior e i suoi sodali allineano la lezione quarantennale della PCO alle già mature influenze del post-minimalismo sull'attuale scena indie. Oltre ai "Different Trains" reichiani ("Cantorum") e agli ostinati di una Sarah Neufeld, comunque, l'impronta più evidente è quella dei beniamini della stessa Erased Tapes: la combo Arnalds/Frahm risuona tanto nell'uso dell'organetto (presente sin dal self-titled del 1981) quanto nelle minute e intense orchestrazioni, la cui delicatezza ricalca le tessiture soffuse delle Amiina ("Rescue" e "Wheels Within Wheels", ripresa dai Simian Mobile Disco).

Il gusto sopraffino per l'arrangiamento acustico è la livella che rende possibile la coesistenza di altrettante anime: se la conciliante apertura di "Ricercar" si situa in un limbo analogo alle sessioni lounge dei "Dreamers" di John Zorn, "Protection" va a prestito dal folk bucolico delle sorelle Unthanks, mentre l'interludio "Control 1" asciuga la tensione drammatica dalle sospensioni melodiche del pianoforte di Atticus Ross. La trascrizione per strumenti a corda del classico kraftwerkiano "Franz Schubert" è di una squisitezza impareggiabile, prova definitiva della padronanza assoluta sviluppata da Arthur in omaggio alle creazioni del padre, rievocato attraverso l'assolo di pianoforte "Now Nothing" (tratto da "Broadcasting From Home"), un nostalgico volo d'uccello che ha gli stessi tenui colori pastello del tardo Miyazaki.

Più che una leggenda, il Penguin Cafe somiglia a una fiaba popolare capace di attraversare gli ultimi decenni senza essere mai tradita nelle sue componenti primarie, senza le quali non potrebbe mantenersi a tal punto inconfondibile. La "famiglia allargata" dei Jeffes continua a suscitare stupore e commozione con una spontaneità disarmante. Avere la musica nel sangue ed esser capaci di metterla a frutto è un dono tanto raro quanto genuino, e "The Imperfect Sea" ne è una luminosa riprova.

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