3 maggio 2017

Mark Lanegan – Gargoyle (2017)

di Emanuele Brunetto

Mark Lanegan negli ultimi anni sembra avere l’argento vivo addosso, immischiato com’è in svariati progetti/collaborazioni e persino troppo prolifico con lavori a proprio nome. L’ultimo di questi, “Phantom Radio” del 2014, ci aveva fatto un po’ storcere il naso, per la prima volta da quando l’ex Screaming Trees s’è messo in proprio. Colpa di un uso dell’elettronica un po’ forzato, sintonizzato male sulle particolarissime frequenze di Lanegan.

Non lo nascondiamo, il tragico pensiero di averlo “perso” c’è balenato più di una volta per la testa, visto che anche “Blues Funeral” (2012) non è che c’avesse fulminato. Così da questo Gargoyle ci aspettavamo delle delucidazioni circa le intenzioni del suo autore, come un partner che sospetta il tradimento e mette sotto torchio l’altra parte fino a che questa confessi o dimostri la sua innocenza. Lanegan stupisce ancora, ma stavolta in positivo: le vene sintetiche, dal sapore kraut, del disco precedente restano, segno di come in questo periodo gli giri davvero così, ma la strada che prende l’album è tutt’altro che fuori fuoco e nient’affatto in contrasto con quella caverna che ha Lanegan al posto delle corde vocali.

“Gargoyle” è un lavoro di dark wave scurissima, con tendenze gotiche che non si esauriscono nell’artwork e nel titolo stesso dell’album ma che vanno a toccare anche le lyrics e lo stesso approccio interpretativo di Lanegan. Se il synthpop del singolo Beehive rischia di ripetere gli errori del recente passato, è altrove che bisogna andare a cercare i punti di forza, vedi la melodia pulitissima di Nocturne con le sue texture elettroniche (niente male anche in Blue Blue Sea), quella preghiera da chiesa sconsacrata che è Sister e un trittico che posto in sequenza fa fare il salto di qualità alla tracklist: Goodbye To Beauty e First Day Of Winter, due ballate piene di vapori caveiani, nel mezzo Drunk On Destruction col suo incedere percussivo quasi industriale.

L’unico passaggio in cui le tenebre si schiudono lasciando trapelare un po’ di luce è Emperor, mentre lo scettro eighties rappresentativo dell’intero album appartiene alla testa e alla coda, Death’s Head Tattoo e Old Swan, che lasciano pochi margini di dubbio su dove Lanegan sia andato a pescare l’ispirazione (siamo dalle parti di Bauhaus, Killing Joke e Sisters Of Mercy).

Difficile che “Gargoyle” possa soddisfare chi ha ancora indelebilmente impresso in mente il ricordo di “Whiskey For The Holy Ghost” (1994) o “Field Songs” (2001), ma con un piccolo sforzo di comprensione non si può non apprezzare la continua voglia di riciclarsi e sperimentare di un songwriter che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto proporre pezzi chitarra e voce per l’eternità senza scontentare nessuno.

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