13 marzo 2017

Julian Cope – Drunken Songs (2017)

di Carlo Bordone

A una certa età, si sa, le abitudini cambiano. Anche per Julian Cope. O’ pazzariello quest’anno ne fa 60, e ha deciso di mettere la testa a posto. Nel senso che dall’LSD è passato a sfondarsi di birra, o almeno così dice. Il nuovo album si chiama "Drunken Songs", ed è esattamente quello che il titolo annuncia: un (mini) concept sul luppolo e i suoi derivati. Trattandosi di Julian Cope ci viene rifilata anche una giustificazione storico-politica-sociologica: la birra come bevanda d’elezione del ruvido e genuino paganesimo nordico, contrapposta alla decadente mollezza delle popolazioni mediterranee impregnate di cristianesimo cattolico e di vino.
Trattandosi sempre di Julian Cope, c’è anche il sospetto che tutto ciò sia al solito una formidabile presa per il culo. Sta di fatto che le sue passioni il buon Julian le vive sempre al massimo grado di immedesimazione, e le traspone ovviamente in musica. Che siano Scott Walker, il kraut-rock, il jap-rock, le culture megalitiche, la Sardegna o l’hard tamarro degli anni '70. O appunto la birra, divinità bionda alla quale è dedicato questo album della durata di una mezz’ora scarsa, della quale più della metà occupata da una sola canzone.

La buona notizia è che dopo anni di mappazze pseudo-proto-metallare, l’Arcidruido è tornato a fare quello che sa fare meglio. Vale a dire acidule canzoncine di pop psichedelico venate di new wave (“new” nel ’79, si intende) e soprattutto di folk. Per juliancope_keithainsworth-1capirci: siamo tornati alle atmosfere e alle strutture melodiche di dischi come "Fried", o delle parti meno allucinate di "Peggy Suicide" e "Jehovakill". O addirittura più indietro: il brano d’apertura, programmaticamente intitolato Drink Me Under the Table, ricorda fortissimamente i Teardrop Explodes. E c’è un bel po’ di nostalgia liverpooliana anche nella successiva, deliziosa Liver Big as Hartlepool, gioco di parole che allude tanto alla cirrosi epatica quanto al Merseyside sempre nel cuore del nostro Giuliano. In ogni caso, una ballata dolcissima e ariosa che potrebbe ambire al titolo di miglior canzone cope-iana degli ultimi (minimo)15 anni. A seguire il pezzo che il suo Julian_Cope_webautore desidera venga eseguito al suo funerale, auguriamoci il più tardi possibile: As Beer Flows Over Me è una marcetta acid-folk un po’ lugubre in cui, paradossalmente, Cope traspira molto più “paganesimo” di quando voleva lasciare intendere di essere l’avatar di Odino con la chitarra a tre manici.

Clonakilty as Charged evoca invece qualcosa che sta a metà tra le canzonacce da osteria e il Valzer delle Candele, e in un certo senso è il brano nel quale l’aspetto ludico-scherzoso del disco viene maggiormente a galla, emergendo probabilmente da una botte di sidro. Carino il rock’n’roll minimale di Don’t Drink and Drive, e se qualcuno pensasse a un Julian Cope stile pubblicità progresso beccatevi l’addendum del titolo: (You Might Spill Some). copeEccoci infine ai diciotto minuti e fischia di On the Road to Tralee, un torrenziale e verbosissimo travelogue di ispirazione irlandese che unisce i trattini tra i Pogues, i Comus e i Monty Python. Descriverla a parole è impossibile, va ascoltata. Meglio se dopo due o tre pinte di lager. Nel complesso, Drunken Songs è un evidente divertissement ma anche una buona raccolta di canzoni da Cope d’annata, che verrebbe quasi da definire “sobrio” non fosse che in questo caso è l’aggettivo meno adeguato in assoluto. A proposito: l’iscrizione all’interno della quale è contenuto il vascello vichingo in copertina recita “John Barleycorn died for somebody’s sin but not mine”. Come si fa non volergli bene, a un cazzaro così? Alla salute, Julian.



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