27 maggio 2016

Elton John - Goodbye Yellow Brick Road (1973)

Rotondo, occhialuto e seduto dietro un piano dall'età di quattro anni, Reginald Kenneth Dwight (che ha scelto di chiamarsi Elton John in omaggio al sassofonista della sua prima band Elton Dean e al bluesman inglese Long John Baldry, con cui suonava da ragazzo) è la piú improbabile delle rockstar. Tanto improbabile che lui stesso sente il bisogno di caricare la sua figura pubblica, oltre che la sua musica, di mascheramenti insostenibili. Ma dietro occhialoni, mantelli, costumi e cappelli si nasconde un autore dotatissimo, che in altri tempi avrebbe forse lavorato per il teatro musicale. Ora però il mondo va a ritmo di rock'n'roll. Per questo, Reginald Dwight è diventato Elton John. Per registrare il disco, l'ottavo della sua carriera, il primo doppio, è stato in Giamaica (dove avevano lavorato i Rolling Stones), senza riuscire a mettere su nastro neppure una nota. Tornato al Castello di Hérouville, non lontano da Parigi, nello studio in cui ha già registrato due album, confortato dalla band che verrà considerata la sua migliore — Dee Murray al basso, Davey Johnstone alla chitarra e Nigel Olsson alla batteria — in poche settimane scrive (con il paroliere Bernie Taupin) e incide (con il produttore Gus Dudgeon) diciassette canzoni. Il meccanismo è collaudato: su sequenze di accordi e idee musicali piú o meno abbozzate, Taupin scrive i testi su cui Elton finisce di costruire le canzoni. Al cantante-compositore, dei testi non importa nulla: non li ha mai saputi scrivere e non li considera importanti. Taupin gli fa allora raccontare storie perfette per il suo talento multiforme ma scarsamente originale: birra, botte e rock'n'roll in Saturday Night's Alright For Fighting, storie e successi di gruppi rhythm and blues in Bennie And The Jets, Marilyn e tutte le mitizzazioni post mortem in Candle In The Wind (che infatti diventerà «la canzone» di Lady Diana), perfino i gangster del passato in The Ballad Of Danny Bailey e i cowboy visti da bambini alla tv in Roy Rogers. L'album è una sorta di raccolta di miti del nostro tempo, un catalogo dei personaggi che abitano l'immaginario collettivo dell'Occidente. Il titolo, a proposito, dice addio alla strada lastricata d'oro del Mago di Oz: avrebbe potuto essere un musical, è il mattone decisivo per la costruzione di una popolarità pazzesca, capace di sfidare i decenni e le mode. (Mia valutazione: Buono)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

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