4 marzo 2016

Neil Young - After The Gold Rush (1970)

E' un momento d'oro per Neil Young, che ha appena registrato Déjà Vu con Crosby, Stills e Nash e che, come i compari, decide di prendersi una vacanza dal quartetto. D'oro per le idee musicali che lo visitano con regolarità. E che lo convincono, dopo qualche tentativo evidentemente fallito, della necessità di licenziare (temporaneamente, si scoprirà) i fidi Crazy Horse per costituire una band formata da Ralph Molina alla batteria, Billy Talbot al basso e dal diciannovenne chitarrista Nils Lofgren al pianoforte, strumento che conosce a malapena. In quattro (piú gli ospiti che si alternano) si chiudono nella cantina di casa Young, a Topanga Canyon, e incidono tredici canzoni malinconiche, sentimentali, che sul disco sembreranno apparire all'improvviso, come frammenti di nastro salvati dall'oblio. Alla base, Young lo scrive anche nelle note, c'è una sceneggiatura, After The Gold Rush, di Herb Berman e Dean Stockwell, che non diventerà mai un film e di cui anzi si perderà nel tempo ogni traccia. Si dice che avrebbe avuto a che fare con la fine del mondo e che in realtà due soli pezzi dell'album siano davvero tratti da quella storia: Crippled Creek Fem e After The Gold Rush, che infatti comincia con una scena onirica di ambientazione medievale («Ho sognato di vedere arrivare cavalieri in armatura, che dicevano qualcosa a proposito di una regina... e si chiude con la fuga finale dell'umanità dalla Terra: «Stavano facendo volare il seme argentato di Madre Natura verso una nuova casa nel sole». Il passato e il futuro si fondono, finiscono gli amori, finisce l'utopia degli anni di Woodstock, finiscono le illusioni e muore l'innocenza, mentre giú al Sud le croci del Ku Klux Klan continuano a bruciare (Southern Man). Non è un album di grandi speranze, After The Gold Rush, e forse non è neppure un album del tutto risolto, e meno ancora un album semplice. E un grande album oscuro, sonorità californiane per storie oscure e introspettive, storie di solitudine e dolore. Senza le orchestrazioni del re del kitsch Jack Nitzsche che piagheranno Harvest e che d'altra parte probabilmente contribuiranno a farne l'album piú venduto negli Usa nel 1972, After The Gold Rush ha una semplicità di impianto musicale che supera la prova del tempo. E Young un falsetto che a momenti sembra poter raggiungere vette di acerba perfezione. (Mia Valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

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