27 novembre 2012

Lou Reed

All’inizio degli anni settanta, Lou Reed chiude l’avventura con i Velvet Underground e lascia l’America per approdare in Inghilterra, dove stringe un proficuo sodalizio con David Bowie. Il risultato è uno dei dischi più influenti della storia del rock, significamente intitolato “Transformer”, prima consapevole realizzazione di un progetto sospeso tra le due sponde dell’oceano. Il disco è un manifesto dell’ambiguità, un sillabario del lessico del rock “vizioso” che contiene brani destinati a diventare dei classici, come Vicious, Satellite of love, Walk on the Wild Side, Perfect Day, rock affilato e romantico, decadente e perverso, spettacolare e innovativo. In questi brani è racchiusa la poetica di Lou Reed, i versi oscuramente metropolitani, la devianza come forma d’arte, un senso strisciante di perdizione, una malinconica ed eccitante malia da fine del mondo, la confusione tra vita e arte, comunicate con un’elettricità travolgente, anche quando i ritmi si fanno più lenti e la voce si abbassa fino a una minacciosa e spudorata declamazione.
Era un punto di partenza, ribadito l’anno seguente dalla stratosferica e decadente eleganza di “Berlin”, e da due dischi rock di grandissimo successo come “Rock’ n’ Roll Animal” e “Sally Can’t Dance”, il suo album più venduto, entrambi del 1974. Poi il tuffo nell’avanguardia con “Metal Machine Music”, uno dei suoi lavori più discussi, un viaggio nel rumore, quattro facciate che trasformano la musica in un rombo di tuono, risposta a un alto più sperimentale che Reed non ha mai del tutto abbandonato. “Coney Island Baby” del 1976, riporta Reed ai suoi acuti rock, mentre il seguente “Rock’n’ Roll Heart” non brilla per creatività. “Street Hassle” del 1978 è al contrario un violento ritorno alla poesia dei bassifondi, alla provocante sperimentazione, alle storie che narrano di vite perdute. Il decennio si chiude con un gioiello live, “Take Non Prisoner” che lo mette in perfetta sintonia con la generazione dei “punksters”, un disco dove, come sottolineano E. Gentile e A. Tonti nel loro “Dizionario del rock”, “Lou Reed non canta ma sputa le parole come se fosse un Lenny Bruce dei bassifondi”. Gli anni Ottanta non lo vedranno più così sporco e cattivo. Reed sarà sempre meno interessato al rock, preferendo le performance alla canzone. “Legendary Hearts” del 1983, e il bellissimo “New York del 1989 saranno i suoi lavori migliori di un decennio mediocre, presagio degli anni Novanta, che vedranno lavori come “Song for Drella”, realizzato nel 1990 insieme a John cale, e “Magic and Loss”, del 1992, che hanno indirizzato l’evoluzione musicale di Reed verso un sonwriting più scuro e personale.


Tutti i dischi successivamente pubblicati da Reed e quindi: “Set Twilight” (1996), “Ecstasy” (2000), “The Raven” (2003), “Hudson River Wind Meditation” (2007) e “Lou Reed Metal Machine Trio” (2008), non saranno più degni di particolare attenzione. Il cantante, il musicista che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica rock, ha deposto l’ascia e si gode la pensione, come è giusto sia.

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