Eels – The Deconstruction (2018)

di Fabrizio Zampighi

«I can’t go back / but I can make today a memory to last»: potremmo sintetizzare con questi due versi estratti dal brano The Epiphany il clima che si respira in The Deconstruction. Un disco in qualche maniera “esistenzialista” e “filosofico” nel suo piccolo, e che abbraccia significati profondi da ricercare più nei testi – ad esempio, in un «I don’t know if you’ll come along / I just wanted to sing my song about change / today is the day» dal singolo Today Is The Day, o magari in un «the reconstruction will begin / only when there’s nothing left» estratto dalla title track – piuttosto che nelle musiche, queste ultime non troppo distanti da quanto gli Eels ci hanno fatto ascoltare in passato. Considerando questo punto di vista, il qui presente potrebbe essere descritto come un album fondamentalmente cantautorale, nonostante brani rock-garage come Bone Dry (una specie di I Had Too Much To Dream Last Night degli Electric Prunes aggiornata al mood di dischi come Hombre Lobo) o You Are The Shining Light. Un lavoro chiaroscurale che riflette la realtà da cui prende spunto («Il mondo fa schifo», si legge nel comunicato allegato all’album) proponendosi come un piccolo passo nella direzione giusta («Questa è solo musica. La musica di qualcuno che crede che il cambiamento cominci dal vostro cortile. Sono abbastanza ottimista da pensare che certe cose possano ancora aiutare le persone»).

Del resto il buon Everett non è nuovo a certi temi, affrontati più o meno da Beautiful Freak ed Electro-shock Blues in avanti (tra i co-produttori artistici, qui c’è proprio quel Mickey Petralia che avevamo già visto all’opera sul secondo album) senza fare sconti a se stesso, e che diventano in questo disco una strana mistura di geometrie minimali un po’ à la The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett (ad esempio, nel connubio voce/pianoforte di There I Said It), archi, campionamenti, chitarre elettriche. Il tutto sintetizzato in brani come una title track che riesce a sommare certi aromi bucolici nickdrakeiani a malinconie tipicamente à la Eels avvitate su una parte ritmica che riporta agli esordi della band, una Rusty Pipes crepuscolare e sospesa o magari inaspettate aperture orchestrali come In Our Cathedral o The Unanswerable.

In quello strano rapporto di pesi e misure rappresentato dai dischi degli Eels – ambienti in cui l’accentuazione o meno di una variabile (il fascino per la tradizione, l’anima più alt-indie, le chitarre elettriche più o meno spigolose, l’attitudine per le ballad, il diverso apporto strumentale dei musicisti chiamati a collaborare e ovviamente anche l’ispirazione) determina irrimediabilmente il risultato finale – The Deconstruction si posiziona comunque nella fascia alta, quella cioè degli album fondamentalmente riusciti. Un piccolo appartamento ammobiliato che non avrà forse l’eleganza di un attico, ma in cui tutto è sensato, funzionale e a portata di mano.


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