David Byrne – American Utopia (2018)

di Emanuele Brunetto

Il fragoroso ingresso di Donald Trump nelle vite degli americani, attraverso la conquista della Casa Bianca, è stato uno shock tale da risvegliare, soprattutto all’interno della comunità artistica statunitense (ma anche mondiale, vista l’influenza degli U.S.A. quantomeno sull’intero Occidente), una coscienza politica e sociale come non si vedeva da parecchi anni.

In tanti, tantissimi hanno preso posizione contro il Tycoon e le sue controverse politiche, ognuno a suo modo. David Byrne, che in quanto a modi è sempre stato un tipo piuttosto sui generis, ha colto l’occasione per rifarsi vivo a quattordici anni da “Grown Backwards” (2004) con un nuovo lavoro da solista, che già dal titolo lascia poco spazio all’immaginazione: American Utopia. L’utopia americana, il sogno americano propulsore della vita di svariate generazioni, declassato ai nostri giorni, per l’appunto, al rango di irraggiungibile utopia.

E il modo scelto dall’ex Talking Heads per dire la propria sulla questione è, come sua consuetudine, tutt’altro che scolastico. Byrne mette in piedi un disco che non si commisera, che non suona catastrofista come si potrebbe pensare e che, anzi, è per lo più leggero e frizzante. Come nell’accostamento di pianoforte e schizofrenia electro di I Dance Like This, oppure nella funkeggiante Gasoline And Dirty Sheets, nel piglio world di Everyday Is A Miracle, fino al talkingheadsiano singolo Everybody’s Coming To My House, un po’ un omaggio a se stesso con cui Byrne ha non a caso deciso di anticipare il disco.

Il paio lo fa l’ironia con cui Byrne condisce le lyrics, piene di doppi sensi, giochi di parole e provocazioni che potrebbero anche finire per disturbare qualcuno, se solo non fossero così sottili e taglienti. Vedi Dog’s Mind, in cui Byrne sfrutta l’occhio del quadrupede per guardare il mondo, oppure Bullet, in cui il punto d’osservazione è invece quello dello stesso proiettile che si fa largo nei suoi obiettivi.

Le collaborazioni ricercate da Byrne per “American Utopia” sono tante e prestigiose (ma nessuna donna, come ha provveduto a segnalare, quasi scusandosene), a cominciare da quel Brian Eno con cui il progetto aveva avuto inizio già qualche tempo fa, passando poi per Sampha (nel già citato singolo) o Daniel Lopatin aka Oneohtrix Point Never (all’opera su This Is That e Here).

“American Utopia” non ha chiaramente tutto il fascino dell’ignoto da scoprire che c’instillava il vecchio Byrne, se non altro perché ormai conosciamo benissimo le sue peculiarità. Ma è una delle rappresentazioni più artisticamente convincenti del mondo in cui viviamo, realizzata da un musicista che va per i settant’anni come fossero i trenta o i quaranta. Forse persino con un pizzico di voglia di guardarsi intorno e curiosità in più del passato, fattore che in fondo è ciò che fa la differenza tra l’andare avanti e il rimanere ancorati all’autocompiacimento.

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