Lucinda Williams – This Sweet Old World (2017)

di Fabio Cerbone

Chiedersi le ragioni di una rivisitazione discografica è legittimo, e ci sia concesso anche un principio di sospetto. Poi sarà la musia, come sempre, a scacciare ogni dubbio. Stiamo parlando dell'idea di Lucinda Williams e del suo compagno e produttore Tom Overby di incidere una seconda volta l'album Sweet Old World del 1992, oggi ribatezzato This Sweet Old World. Operazione non priva di implicazioni quella di una artista che ritorna su suoi passi, pensando addirittura di reinterpretare un intero album: o qualcosa non ha funzionato ai tempi, ed è rimasto una sorta di conto in sospeso, oppure si è di fronte ad una tale mancanza di ispirazione da dover ricorrere alla retromania più assoluta. Sperando che non sia l'annuncio di una pericolosa moda per gli anni a venire e per la sopravvivenza del rock'n'roll, la prima delle due tesi sembra quella più adatta a Lucinda Williams.

Sweet Old World è il disco-testimonianza di un passaggio tormentato, da una parte schiacciato dal primo capolavoro omonimo del 1988, dall'altra dalla rivelazione di Car Wheels on a Gravel Road, il masterpiece riconosciuto all'unanimità della cantautrice della Louisiana. Già questo basterebbe a renderlo un album da rivalutare, anche perché foriero di alcuni piccoli classici del suo catalogo. La complicata convivenza della Williams con questo lavoro nasce inoltre dal suo "fallimento": al tempo non venne notato se non dalla critica, senza neppure affacciarsi in classifica, generò da incisioni in parte insoddisfacenti con musicisti come Dusty Wakeman e Gurf Morlix, finì soprattutto stritolato dai soliti cambi societari fra etichette, senza promozione alcuna. Venticinque anni dopo This Sweet Old World omaggia quelle canzoni ma al tempo stesso cerca di offrirne una diversa visione, come altrimenti non potrebbe essere per una voce nel frattempo maturata, più scura, senza la baldanza degli esordi.

Una scaletta ripensata ad hoc, nuovi arrangiamenti con la touring band della Williams, che vede al centro le chitarre di Stuart Mathis e Greg Leisz (anche pedal steel) e il cambio di passo è garantito: Six Blocks Away è ancora l'apripista, ma riecheggia un folk rock più elettrico, mentre Prove My Love lascia le chitarre libere di scorazzare e He Never Got Enough Love trova un altro titolo e un testo riscritto, che diventa Drivin' Down a Dead End Street. Il sound è quello swamp, grasso e sudista, delle più recenti produzioni, in particolare di Down Where The Spirit Meets the Bone, un gogoglio che oscilla fra ballate country crepuscolari e sonnecchiose come Memphis Pearl, la stessa Sweet Old World e Little Angel Little Brother, e pencolanti blues rock da terra sudista come Pineola, Lines Aroud Your Eyes e Hot Blood, con il mugugno delle voce a spandere storie di amore straziato e perdita, vaganbondaggi e noir da profonda provincia americana. Il materiale di partenza non è stravolto, ma a tratti rallentato, se possibile ancora più indolente, altre invece rinvigorito dall'approccio live della band, fangosa come si conviene alle origini della Williams stessa.

Non è una scoperta improvvisa e il disco di riferimento merita ancora di essere ascoltato nella sua purezza giovanile, certo è che This Sweet Old World suona per forza di cose più vicino alla carica sensuale ed elettrica mostrata da Lucinda Williams in questi anni. Le quattro tracce aggiunte, da una parte il traditional Factory Blues e la What You Don't Know a firma Jim Lauderdale, entrambe insozzate di fanghiglia blues, e dall'altra il docile dondolare country di Wild and Blue e Dark Side of Life, aggiungono curiosità e passione al progetto. Che serva alla Williams a riscoiprire se stessa, il suo passato, per lanciarsi in un nuovo entusiasmante futuro.

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