Nadine Shah - Holiday Destination (2017)

di Beatrice Pagni

Che la crisi dei rifugiati stia cambiando il volto delle relazioni politico-economiche di tutto il mondo è ormai indubbio, ma che possa scuotere il panorama artistico è meno scontato. Il 2016 ha costituito una sorta di turnover geo-politico sconvolgente, inaspettato e di conseguenza destabilizzante. Se esiste una cerchia di registi, scrittori, musicisti che si interessano al fenomeno cercando di darne una propria interpretazione con installazioni, saggi o performance, questa è comunque una minoranza, vitale, brillante, curiosa. Ne fa sicuramente parte Nadine Shah, cantautrice trentunenne del South Tyneside, già promotrice di temi importanti – nel 2015 aveva cantato la salute mentale nell’ottimo Fast Food – che fa della propria musica una cassa di risonanza per illuminare problematiche inerenti all’uguaglianza di genere e alla tolleranza per le minoranze etniche e religiose. E sono state proprio le difficoltà dei profughi siriani a ispirare Holiday Destination, terzo lavoro dell’artista, che si impone come un disco urgente, audace, arrabbiato, glorioso e ricco di profonda empatia.
A coloro che trovano il suo impegno sociale ingiustificato, la Shah semplicemente ribatte: «Io sono un’artista e non sono molto abile nella politica, ma sono un membro di questa società e sicuramente mi è consentito commentare il mondo in cui viviamo». Nel nuovo disco, la trentunenne affronta l’intolleranza e la paura del diverso, riferendosi alla crisi globale dei rifugiati, alle conseguenze della Brexit, alla denigrazione della classe operaia e al bisogno di una lotta personale contro il conformismo sociale. Holiday Destination è una caustica valutazione degli atteggiamenti domestico-passivi rispetto alle crisi umanitarie straniere, uno sguardo sfrenato sulle atrocità che sconvolgono le nostre comodità attraverso lo schermo di un televisore. Audace, intelligente, senza compromessi, Holiday Destination non si limita ad affrontare esplicitamente la crisi dei profughi siriani, gli atteggiamenti verso gli immigrati, i “fascisti nella Casa Bianca”, o a raccontare la nuova ascesa dei nazionalismi assieme a un effettivo declino dell’empatia umana, ma si inerpica anche laddove l’umanità perde coscienza di se stessa, e, categorizzando i suoi simili, si svuota del senso più profondo di comunità.
Con un padre trasferitosi nel Regno Unito dal Pakistan e una madre norvegese, Nadine Shah ha un’esperienza diretta dei pregiudizi, in quanto immigrata di seconda generazione; la sua energia, misurata e orgogliosa del proprio patrimonio culturale, è la chiave di volta del disco, un grido battagliero in nome dell’empatia e della tolleranza, del rispetto e dell’amore. «Non ho fatto questo album da voyeur opportunista. Sto documentando i tempi in cui viviamo. Il razzismo non può aver posto in questo mondo», ha scritto l’artista sulla sua pagina Facebook, rispondendo evidentemente a chi l’accusava di fotografare una situazione come uno sciacallo qualsiasi.
Fresca dall’aver scritto le musiche per una produzione teatrale, la songwriter inglese si è lasciata andare a una frenetica audacia, che coinvolge e ammalia con dieci brani potenti; ritmi insoliti e una miriade di influenze rendono Nadine Shah un’artista difficile da etichettare: dagli studi jazz all’esotismo funk ed elettronico, passando per atmosfere oscure à la Bauhaus, la sua dark-wave furiosa si installa su un caos perfetto e psichedelico, diretto dalla voce, amaramente acida e piena, che si scioglie in una nuvola di fumo e teatralità. A livello di testi, Holiday Destination è un piccolo album di protesta aggressivo, costellato da profughi, eroine, musicisti morti, retorica xenofoba e preoccupazioni che si fanno universali. Si inizia con Place Like This, un brano dal groove funky, con le chitarre in dissonanza che sposano il cantato della Shah quasi incorporeo, come in una specie di trance mistica, mentre in 2016 la Nostra affronta le conseguenze che arrivano con i trent’anni, il mutato rapporto che ha con il mondo; la composizione è abbastanza spoglia, sottolineata da un farfugliante pezzo di elettronica e punteggiata dal forte strimpellio di chitarre taglienti. Out the Way, caratterizzata da percussioni militaresche e corni asettici in contrasto con la vibrante vocalità della Shah, enfatizza la presa di posizione dell’artista stessa – «Where would you have me go? / I’m second generation, don’t you know?» – per poi convergere nello shoegaze abrasivo di Yes Men, dal riff di chitarra molto nineties, con lo splendido e frastagliato sax di Pete Wareham. Il pezzo è un oltraggio al vetriolo verso chi alimenta la divisione tra gli immigrati e la classe operaia bianca, mentre si vede nascere una compassione comune per quegli stessi immigrati e per le classi lavoratrici. Il post-punk tagliente della title-track, col suo ritornello «How you gonna sleep tonight?», è una risposta a quei turisti che non provavano vergogna nell’ammettere di essersi visti rovinare le vacanze dall’arrivo di alcuni rifugiati sulle rive dell’isola di Kos, in Grecia. Attraverso il brano (e l’album tutto) Nadine Shah mette in discussione la retorica alimentata dall’odio che sta attraversando il globo, e grazie a una ricchissima e intelligente gamma musicale, esibisce il suo acume lirico. Evil, traccia rigida e spoglia, che si ispira a una poesia di Philip Larkin, nel rivolgersi a coloro che giudicano, ha una meravigliosa disposizione sperimentale che utilizza dinamiche post-rock di casa Mogwai. Il brano è la prova della capacità di Shah di tradurre il proprio turbamento interiore in un suono che indugia nell’indie-rock. L’elettronica ronzante di Ordinary si spinge nei meandri di un vocoder, per una corsa diretta nei suoni quasi lynchiani di Relief con i suoi fiati chirurgici. Chiude il disco Jolly Sailor, ballata elettronica austera post Brexit che, come un lungo e meditabondo esame di identità e rimozione, mostra una scrittrice coraggiosa che affronta un mondo fottuto con scaltrezza viscerale.
Pur occupandosi di molte questioni macro politiche, in Holiday Destination la Shah mantiene una prospettiva individuale, evitando di manipolare idee enormi attraverso il potere di una voce personale. Che la canzone politica debba privarsi di un qualsivoglia impianto musicale attraente per segnare un’epoca o anche solo un’opinione, sembra per fortuna un’idea ormai superata: i brani di Holiday Destination vestono i testi prettamente politici e attuali di un’estetica brillante, di ritmi talvolta ballabili, non lasciando dunque in ombra il piano prettamente musicale. Lo fece Stevie Wonder negli anni settanta, lo hanno fatto più recentemente Pj Harvey (con la splendida fotografia dolente di The Hope Six Demolition Project) e Father John Misty (con l’esegesi post trumpiana di Pure Comedy). Nella sua politica in musica Nadine Shah non ha voluto predicare, limitandosi a raccontare storie in maniera credibile e appoggiandosi a sonorità energiche, vibranti, calde. Holiday Destination cattura quell’atmosfera di energia e vitalità delle proteste in piazza, delle marce per qualcosa e mai contro qualcuno; si respira una sorta di gioia collettiva data dal dissenso, nonostante la solennità della situazione, come accade con l’uso del campione audio alla fine di Place Like This. Se l’argomento trattato è pesante, politicamente e socialmente, non deve esserlo anche la musica, che anzi qui si fa vigorosa, piena di speranza: dalle gommosità à la Talking Heads ai fiati in odor di Fela Kuti, Holiday Destination è tutt’altro che un ascolto difficile. E ci appare subito evidente il gran lavoro che la Shah e il collaboratore di lunga data nonché produttore Ben Hillier hanno svolto su arrangiamenti e ritmiche.
Profuma di nuove albe, questo Holiday Destination, lavoro potente e onesto, che si impone come uno degli album più importanti del 2017 ricalcando esattamente la volontà documentaristica di Nadine Shah, nella doverosa condizione di ridare significato a parole, azioni, posizioni e visioni. Sempre in marcia, in mezzo alla gente, ricordandoci proprio quel qualcosa che nell’arco di una vita rischiamo di essere tutti: rifugiati.

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