28 giugno 2017

Fionn Regan - The Meetings Of The Waters (2017)

di Gianfranco Marmoro

Il lungo silenzio che ha fatto seguito a “The Bunkhouse, Vol. 1: Anchor Black Tattoo” (album peraltro non pubblicato in America) ha coinciso con un periodo di riflessione per Fionn Regan. Per l’artista irlandese quelle dieci confessioni hanno rappresentato un atto finale, un progetto con il quale chiudere un percorso, in attesa di tracciare una mappa per una destinazione ancora ignota.
Solo nel 2016 il nome di Fionn Regan riappare nelle cronache musicali, esattamente quando Bon Iver campiona una frase del brano “Abacus”, includendola in una delle tracce del suo “22, A Million”: la canzone è “00000 Million”. Pochi mesi dopo il musicista esprime la sua gratitudine a Justin Vernon per la citazione, annunciando un nuovo progetto discografico.

“The Meetings Of The Waters” è l’album dei grandi spazi, il progetto in cui l’elettronica entra a far parte della tavolozza di colori e tonalità della musica dell'irlandese. Ancora una volta Regan si muove in base a un forte impulso istintivo, lo stesso che gli fa accantonare momentaneamente l'interesse per la pittura per riabbracciare la sua indole di scrittore di canzoni. Ed è strano che quelle potenziali inflessioni alla Cocteau Twins che era lecito attendersi nell’esordio realizzato sotto l’egida di Simon Raymonde, facciano capolino ben dieci anni dopo “The End Of History”.
A essere sinceri resta comunque difficile inquadrare fino in fondo il talento del musicista. Non ha infatti una logica apparente l’improvvisa virata rock di “Babushka-Yay Ya” o il brio tipicamente art-pop alla Blue Nile di “Cape Of Diamonds”: entrambi sono vertiginose storie urbane che contrastano scientemente con le atmosfere più rurali del resto dell’album.
Suona altresì fuorviante che Regan per ben due volte evochi la spiritualità e la forza sentimentale dell’Oriente, affidando a canzoni ricche di atmosfera ("愛 Ai“, "常に 愛 Tsuneni Ai") il compito di introdurre nuovi elementi poetici nel suo già ricco songwriting.

C’è difatti qualcosa di nuovo e di urgente in “The Meetings Of The Waters”, un’euforia creativa che rischia di lasciare in parte sospeso un giudizio più definitivo su questo nuovo progetto. È come se l’ispirazione prendesse a volte il sopravvento anche sulla ragione, alternando intense ballad in odore di folktronica (“Up Into The Rafters” e la title track) ad ambigue tentazioni dream-pop (“Book Of The Moon”, “Euphoria”), lambendo territori affini ai Radiohead (“Up Into The Rafters”).
L’incredibile tsunami creativo lascia comunque dietro di sé piccole gemme: il misticismo quasi gothic-folk di “Cormorant Bird”, la delicata ninna nanna di “Turn The Skies Of Blue On” e l’ingenua fragilità di “Wall Of Silver” certificano lo stato di grazia dell’autore.

Forse dietro le tribolazioni dell’ultimo album di Fionn Regan si nascondono più domande che risposte, quelle che l’autore tenta in parte di ottenere nella lunga estasi finale di “常に 愛 Tsuneni Ai”: dodici minuti di pura immersione mistica che, pur evocando il Giappone, conservano un fascino ascetico tipico della musica irlandese, un potenziale omaggio involontario al Van Morrison post- "Common One”.
Se Lucinda Williams ha definito Fionn Regan la risposta generazionale a Bob Dylan, avrà avuto dei buoni motivi per farlo. Scoprire il perché di questa affermazione non è molto difficile, anzi è molto piacevole e stimolante, anche partendo da quest’ultimo artefatto, che si candida come il più enigmatico della sua discografia.

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