21 aprile 2017

Julia Holter - In The Same Room (2017)

di Gianfranco Marmoro

Le dita delle mani sono più che sufficienti per tenere il conto degli album live davvero memorabili, spesso inutili compendi rivolti a un gruppo di fan, in cerca di una documentazione discografica di un evento vissuto o ambìto. D'altra parte, uno dei cardini di qualsiasi discografia che si rispetti resta la pubblicazione di un disco dal vivo, test essenziale per una verifica dell'effettiva consistenza artistica di una band o di un singolo musicista.
In quest'ottica "In The Same Room" non appare come un pedissequo tentativo di accontentare il pubblico: le intenzioni sono più nobili, perché il disco fa parte di un progetto più ampio della Domino che intende pubblicare una serie di album-concerto, registrati con i migliori standard tecnici.
L'album testimonia l'evoluzione di Julia Holter, passata dalle atmosfere esoteriche e avantgarde degli esordi alle intriganti miniature pop degli ultimi due capitoli discografici.
Con un'insolita line-up (viola, tastiere, basso e batteria) la musicista di Los Angeles reinventa alcuni elementi del suo repertorio, realizzando una prevedibile e a tratti leggermente asettica semplificazione delle articolate tessiture strumentali.

Inutile discernere o sottolineare le eventuali differenze tra le versioni in studio e quelle dal vivo, più interessante notare come il repertorio abbia una sua peculiarità artistica, nonostante sia in parte smarrita l'attitudine sperimentale degli elaborati arrangiamenti originali. Julia Holter approfitta dell'occasione per affinare le proprie doti d'interprete, puntando altresì su arrangiamenti minimali e vellutati.
Pur prive di molte sfumature timbriche, le canzoni non sembrano perdere la loro forza lirica intrinseca: il folk-jazz di "In The Green Wild" si trasforma in una poetica ballata noir, mentre "Betsy On The Roof" e "So Lillies" sembrano scambiarsi la loro collocazione temporale con risultati deliziosi.
Basta ascoltare l'eccellente sequenza, che da "Silhouette" a "Lucette Stranded On The Island" ripropone le melodie più famose della musicista americana, per rammentare ai distratti e agli scettici che il campionario di melodie e suoni della sua discografia è uno dei più pregiati e importanti dell'ultimo ventennio. Strano a dirsi, ma è proprio la resa live dei brani tratti da "Have You In My Wilderness" che lascia a volte perplessi, forse per colpa della scelta di registrare l'album in diretta in studio (nei famosi Rak Studios) senza la partecipazione di un vero pubblico.

Alfine il tono a volte mesto di "In The Same Room", pur risultando vincente e convincente, costringe l'ascoltatore a una veloce e indolore archiviazione, lasciandolo in trepidante attesa di un'ulteriore conferma delle sublimi intuizioni che hanno finora contraddistinto la discografia della musicista americana.

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