15 febbraio 2017

Tinariwen – Elwan (2017)

di Daniele Cestellini

È pronto il nuovo album dei Tinariwen “Elwan”, registrato in modalità “nomade” tra il Joshua Tree e il Marocco. Segue una serie di album di grande successo – tra cui il live in Paris “Oukis N’ Asuf del 2015 e soprattutto “Emmaar” del 2014 – e sviluppa, in un contesto timbrico non nuovo fino in fondo, anche se con alcuni approfondimenti rilevanti, la linea solcata sin dall’inizio da questi musicisti straordinari. La scaletta è formata da dodici brani, accomunati innanzitutto da uno stile riconoscibile e riconducibile a qualche articolazione di desert blues (tanto per capirci), ma soprattutto da un atteggiamento di fondo che va diritto al nucleo delle questioni. Da un lato ci sono ovviamente le questioni di ordine sociale e politico, che sono state fin dall’inizio (questo è il nono album della band) rappresentate in modo molto esplicito nei racconti polverosi che si sono snodati da “The Radio Tisdas Sessions” del 2001. E dall’altro ci sono quelle musicali, di stile. Sul primo aspetto si è detto molto, in ragione del fatto che si sono fin da subito individuati nella produzione del gruppo i tratti di una musica profonda, perché politica e incorporabile dentro una tensione legata alle categorie di “etnia”, “appartenenza”, “conflitto” ecc. Sugli aspetti musicali, invece, c’è tanto da dire. Soprattutto perché ciò che propone la band è l’esito non solo di una ricerca, ma anche di un’interpretazione, che a sua volta si configura come una rielaborazione o addirittura un’appropriazione di vari linguaggi. E questo (manco a dirlo) smuove gli animi e le coscienze, ancor prima di colpire le orecchie (di chi scrive, di chi legge e di chi ascolta ciò di cui si scrive e legge in queste pagine). Non c’è forse stato negli ultimi anni un processo, un fenomeno, una fenomenologia più interessante della chitarra africana. Pensiamoci bene, ha in sé tutti gli elementi che la proiettano nell’industria discografica come nella saggistica musicologica: è “trans-nazionale”, cioè appartiene (e riflette i suoni oltre che le forme musicali) in egual misura all’area in cui è stata prodotta e a quella in cui è stata adottata. Solo che qui viene modulata in modi del tutto nuovi, riconfigurata (corde diverse, spessori diversi, scale diverse, tocco diverso, tecniche diverse) in un complesso di relazioni più dirette con gli strumenti tradizionali e indirettamente (e forse involontariamente) riconsegnata a un’originalità primigenia, di cui in molte aree originarie si sono perse le tracce. Per mano di alcuni africani – soprattutto dell’ovest, ma non solo (pensiamo a, malgascio D’Gary) – ritorna a una funzione ritmica e insieme melodica. E, cosa ancora più interessante, assume e mantiene con tenacia un ruolo di strumento quasi esclusivamente elettrico. Sulla chitarra dei Tinariwen confluisce tutto questo, in un crescendo di suoni e sovrapposizioni sempre coerenti con uno stile secco e vagamente acido, con una ritmica trascinante, anche se assorbita dentro un andamento ipnotico e mai di forte impatto. E questa prospettiva sembra raggiungere in “Elwan” un equilibrio quasi perfetto, grazie soprattutto alle linee guida di Ibrahim Ag Alhabib, chitarra e voce della band. Tutto è chiaro fin dall’inizio: il primo brano in scaletta “Tiwayyen” lo esibisce senza flettere o indugiare. La chitarra invita il ritmo ciclico del basso e delle percussioni con un suono “tipicamente africano”, cioè con un po’ di distorsione, pizzichi costanti di poche note, pochissime variazioni. E il resto viene da sé, grazie soprattutto a una polivocalità calibrata, che interviene a tratti sulla voce solista, e a un incedere in unisono di tutti gli strumenti che avvolgono le frasi melodiche principali, per finire in una coralità ancora più ipnotica. Non si può poi non citare la bellissima “Teneré Taqqal”, che sta anticipando l’uscita ufficiale dell’album. La voce qui apre il brano a un volume appena percettibile, sempre appoggiata sul cerchio fangoso del riff di chitarra. L’andamento delle parole diviene più netto solo quando entra il coro che, a ben vedere, ricalca la linea melodica, dando più risalto a una cantilena sorretta da una sorta di bordone distorto. Si possono sentire in lontananza alcuni battiti di tamburi, profondi e cupi. Ma non sono fondamentali: quei palpiti, quell’incedere appena accennato ma profondamente percettibile è già nella chitarra, come lo sono le voci e i battiti delle mani.

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