22 febbraio 2017

Julie’s Haircut – Invocation & Ritual Dance Of My Demon Twin (2017)

di Stefano Pifferi

Hanno da tempo perso la barra dritta della canzone in senso stretto, i Julie’s Haircut, quasi come se avessero definitivamente dato quel taglio col passato che è insito nel nome sceltosi vari anni fa. Di passato ne hanno eccome, visto che questo Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin è l’album numero sette nel complesso, primo per la sempre attenta label inglese Rocket e quarto della cosiddetta “seconda fase” della band; quella, cioè, virata su panorami meno canonici, più dilatati, lontani dalla “forma-canzone” di matrice indie, nata orientativamente in zona After Dark, My Sweet, sviluppata nell’ampiezza di Our Secret Ceremony e ripresa nell’ottimo album precedente Ashram Equinox, ma elaborata per piccoli passi anche nei cosiddetti pezzi minori come The Wildlife Variations.
Ecco così che Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin diviene punto nodale di un percorso lineare – di crescita e messa a fuoco di un modus operandi innanzitutto, viste le modalità improvvisative e di successiva rielaborazione in studio con cui è stato “assemblato” il disco – in cui l’eccentricità (da intendersi etimologicamente) e la disgregazione sonora la fanno da padroni, creando visioni che partono dal kraut tedesco dei tempi che furono e si sfarinano via via su lande impro, passaggi ipnotici, divagazioni umorali, mantra estatici, umori post-rock. La mini-suite Zukunft, coi suoi 11 minuti di canonizzazione ascendente di psichedelia circolare sax/percussioni, inaugura l’album mettendo subito in chiaro che gli orizzonti sono ampi e dilatati e che reiterazioni e ipnotiche circolarità sono elementi fondamentali su cui diluire anche l’impatto materico e “rock” di pezzi come The Fire Sermon (in particolare le aperture acide) o Orpheus Rising (amplificatori al rosso come in casa Spacemen 3, e deliqui free di sax). Il trip sciamanico di Gathering Light, le distese pastoral-psych di Cycles o la nenia orientaleggiante che fa da chiosa al disco (Koan), non fanno che supportare questa visione d’insieme ad alta gradazione psichedelica sub specie kraut-revisited, che vede la sua più finita e perfetta collocazione nel catalogo Rocket. Come dire, dilatare la platea attraverso la dilatazione dello spazio sonoro e viceversa.

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