25 gennaio 2017

Uncle Tupelo - March 16-20 1992 (1992)

Tracciate le linee guida dell'intero movimento alternative country, con una combinazione livida di memoria folk e rancore punk rock, gli Uncle Tupelo gettano definitivamente la maschera e affrontano il loro bagno purificatore nella tradizione. Nella semplicità quasi banale del titolo, risultato di quattro giorni di sessione con Peter Buck (Rem) negli studi di Athens, la band di Farrar e Tweedy spegne l'amplificazione e scende definitivamente a patti con l'anima più folkie e rurale della sua scrittura. L'esito è a suo modo rivoluzionario per i primi anni '90, collocandosi lungo una sensibilità rinnovata per i misteri e le eredità nascoste della vecchia country msuic. Altrimenti non si spiegherebbero i ripescaggi di traditional quali Coalminers, I Wish My Baby Was Born e Atomic Power (Louvin Brothers), anche se la forza ossuta, un po' primitiva di queste ballate risiede proprio nel materiale originale, tra una indimenticabile Moonshiner, una dolcissima i e l'apertura con Grindstone. Sono cartoline spedite da un'America ferita e marginale, racconto di una provincia in bianco e nero dove gli Uncle Tupelo sintetizzano i "luoghi oscuri" della working class americana. Non è un caso che in regia sieda Peter Buck, supporter illuminato che intravede nella musica dei Tupelo qualcosa che andrà oltre il momento, che lascerà un segno aldilà dell'oscurità a cui sono destinati in quel momento. March 16-20 1992 è la faccia più fangosa e agreste di un disco come Automatic for the People, avendo la stessa capacità di evocare paesaggi, volti, storie appartati, nascosti alla vista.  (Mia valutazione:  Distinto)

(Fabio Cerbone)

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