13 dicembre 2016

Tom Waits - Swordfishtrombones (1983)

Registrato in piena estate 1982 a Los Angeles, il nuovo album di Tom Waits, a dieci anni dal primo, esce dopo un anno e un mese di attesa. Chi l'ha ascoltato in anteprima deve essere rimasto senza parole, il che spiega un'attesa cosí lunga: qua e là è ancora possibile ritrovare il vecchio Tom Waits, sbilenco romanticone seduto al pianoforte impegnato a raccontare strabilianti storie da bar e amori andati a male. Ma le nuove canzoni — se cosí ci si vuole ostinare a chiamare queste composizioni un po' minimaliste, un po' rumoriste — vivono in una dimensione parallela che ha in comune con il vecchio Tom Waits solo la voce, roca e abrasiva come sempre. Chi vuole fare il colto, oltre che con Kurt Weill e Nino Rota, trova un legame con Harry Partch, il compositore americano morto da una decina d'anni che rifiutava le scale cromatiche e gli strumenti della tradizione e che inventò macchine sonore bizzarre e innovative. Chi è dentro la storia del rock'n'roll non può fare a meno di citare Captain Beefheart e (ma questo è piú raro) la No Wave newyorkese. La verità è che nel nuovo Tom Waits c'è tutto questo, e piú ancora c'è l'intento di smontare la musica popolare americana nei suoi elementi fondamentali, rimescolarli secondo un disegno misterioso, forse casuale, e riattaccarli un po' come vengono, senza troppa cura per le convenzioni. Un progetto di destrutturazione a cui Tom Waits pensa da qualche tempo, ispirato a quello che in letteratura ha compiuto William Burroughs: è lui, e non piú (non tanto) Charles Bukowski, il suo nuovo punto di riferimento, cosí come nella vita reale lo è Kathleen Brennan, incontrata ai tempi della colonna sonora scritta per Francis Ford Coppola, che da allora è diventata sua moglie e che lui accredita come produttore occulto di questo album. Certo, lei deve avergli dato la forza necessaria a inseguire un sogno folle di avanguardia totale, colorata dei suoni del rock'n'roll come di quelli della canzone americana al pianoforte, dell'orchestra e della banda di paese, capace però di stare dentro al recinto del pop. Della canzone, insomma, per quanto stralunata, per quanto interpretata da una voce a cui è impossibile coltivare alcuna velleità lirica. «Di questa musica mi piacciono i vuoti, tanto quanto mi è piaciuto ciò che vi ho trovato in essi», dirà, misteriosamente ma genialmente, Tom Waits. (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

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