12 dicembre 2016

Alejandro Escovedo - Burn Something Beautiful (2016)

di Fabio Cerbone

Diavolo di un Alejandro! Ancora una volta salito in cattedra, Alejandro Escovedo dispensa una delle migliori lezioni rock'n'roll della stagione, e ci troviamo così a tessere le immancabili lodi di un autore mai troppo considerato, un punto fermo di quella classicità rock che sta diventando sempre più merce rara di questi tempi. Tutto ciò avviene quando meno te lo aspetti: al termine di un percorso di rinascita artistica e umana che nella trilogia elettrica concepita con il produttore Tony Visconti sembrava ormai avere detto tutto, toccando punte di ispirazione notevoli in Street Songs of Love e abbandonandosi divertito nella sarabanda di Big Station. Burn Something Beautiful è qualcosa di più e di meglio, forse sarebbe giusto dire di definitivo, nella descrizione dell'autore. Non solo si tratta di un potente, ispirato, livido disco di rock'n'roll, ma una sorta di manifesto dell'età matura di Alejandro Escovedo, una resa dei conti con se stesso, passaggio fra i più significativi della sua burrascosa carriera.

Tale sensazione è immediata: nell'urgenza con cui questa musica brucia di verità scomode, nelle confessioni che contengono i suoi versi, nella chiarezza con cui questi ultimi si intrecciano con le chitarre e il pulsare boogie elettrico messo a disposizione da Peter Buck (Rem) e Scott McCaughey (The Minus 5). È la loro presenza a ribaltare il tavolo, una visione che si immerge in un folk rock dai tratti nervosi e arrembanti della band (Kurt Bloch dei Fastbacks alla sei corde, John Moen dei Decemberists alla batteria, Steve Berlin dei Los Lobos al sax e il sostegno vocale non indifferente di Corin Tucker e Kelly Hogan) e incontra a metà strada gli amori giovanili di Escovedo, che restano ancorati a quel guazzabuglio di punk newyorkese, glam britannico e poesia americana, dove T Rex (sentite il groove di Shave the Cat e tirate le conclusioni) e Iggy Pop, Lou Reed e Bob Dylan, attraversano come una saetta i riff gorgoglianti di Horizontal e Heartbeat Smile o scendono nel maelstrom psichedelico degno dei Television in Johnny Volume, non a caso una storia di droga e penitenza sullo sfondo della densa metropoli.

Il senso catartico di queste canzoni nasce dalle ferite di Alejandro Escovedo e come spesso accade la musica è il mezzo migliore per esorcizzarle, portando in dote una necessità di espressione che fa compiere il balzo decisivo: Burn Something Beautiful nasce così dalla interminabile lotta con la malattia (una forma di epatite c) e la condivisione forzata che ha dovuto imparare a sopportare Alejandro, che canta oggi il suo Redemption Blues, con i toni bluastri di un ballata dal freddo deserto. Ma non solo: prende forma nello specifico da una canzone, I Don't Want to Play Guitar Anymore, scritta a quattro mani con Peter Buck, e nella quale i due musicisti hanno intrecciato i loro destini. Come il titolo suggerisce in maniera esplicita è un lamento e una preghiera di aiuto per una fase di rigetto, che entrambi hanno provato sulla propria pelle, l'uno all'indomani della chiusura della grande avventura con i Rem, l'altro per una grave forma di stress post-traumatico, diagnosticatagli due anni fa, costringendolo ad eclissarsi dal palco.

Alejandro ha così dovuto ricostruire pezzo dopo pezzo la sua anima, facendo i conti con il passato in una disarmante Farewell to the Good Times, scintillio di chitarre che possiedono davvero l'impronta "alla Peter Buck", cercando di risalire lentamente verso la luce, da Sunday Morning Feeling in direzione della dolce cantilena di Suit of Lights, quintessenza della ballata alla Escovedo. La radice di questa crisi parte da Luna de Miel, un pugno ben assestato sulla linea che parte dal garage rock degli Stooges, e che rievoca la vacanza in Messico con la moglie Nancy divenuta un inferno sotto i colpi dell'uragano Odile, che ha quasi condotto la coppia all'altro mondo. Ne sono usciti apprezzando la bellezza di un'espressione del volto (Beauty of Your Smile, altro baccanale rock'n'roll in odore di anni settanta e Mott the Hoople), cercando segnali di compassione nel mondo attorno.

Burn Something Beautiful, con i suoi chiaroscuri, non è affatto il diario di un sopravvissuto, di chi si è lasciato scivolare via senza speranze, semmai è il riscatto di chi vuole riprendersi la sua vita, senza fare sconti a tutti gli errori compiuti.

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