17 ottobre 2016

Talking Heads - Remain In Light (1980)

Le canzoni dei Talking Heads «pulsano», scrive qualcuno. Be' non piú, non solo. Da quando hanno incontrato Brian Eno, che ha già lavorato con Roxy Music, David Bowie, Robert Fripp, sono cambiati. I Zimbra, dentro Fear Of Music (uscito nel 1979), che adatta su una base poliritmica una poesia del dadaista Hugo Ball, indica una strada che Remain In Light imbocca a tutta velocità. Fin dalle prime note di Bom Under Punches si capisce che la strada ha portato David Byrne e compagni molto avanti, diciamo una decina d'anni piú avanti di chiunque altro. La scoperta di Fela Kuti, il nigeriano che si è inventato l'afrobeat, funk africano, ha cambiato la vita a Brian Eno, e ora lui sta cambiando il gruppo di cui sostanzialmente in questi mesi fa parte (firma anche lui tutte le canzoni dell'album, non senza qualche malumore da parte degli altri). Le prime battute del primo pezzo del disco lo dimostrano: le percussioni si intrecciano, entra una chitarra (ritmica), il basso sostiene il tutto. Non un ritmo: ritmi diversi, plurali, dialogano tra loro e fanno da base al cantato (distaccato, come sempre) di Byrne, e a coretti quasi gospel. Byrne e Eno hanno lavorato insieme a My Life In The Bush Of Ghosts, finito ma per problemi legali non ancora uscito. In quel caso l'esperimento è ancora piú estremo, perché non c'è una band, c'è piú che altro l'assemblaggio di materiali di recupero della cultura di massa. Questo, che invece è suonato, anzi, suonatissimo (ci sono anche Adrian Belew alla chitarra, Nona Hendryx alle seconde voci, Jon Hassell ai fiati) è il piú postmoderno degli album, destrutturato, citazionista. La perdita d'identità, l'esaltante sensazione di avere passato e presente a disposizione su un unico piano, lo spaesamento di chi possiede la tecnologia per essere nello stesso momento tribale ed elettronico sono anche i temi dei testi, sempre ammesso che questi testi possano avere temi. Sono sensazioni, piuttosto, stati d'animo che solo i suoni, solo i ritmi che si intrecciano, rendono narrativi. Negando se stessa e le ragioni stilistiche del passato, la musica che si fa nella capitale postmoderna del mondo, la giungla urbana di New York, tocca il suo apogeo, fissa un limite che sarà difficile per tutti superare e dà un tono al decennio che inizia, il primo dell'era postmoderna del rock'n'roll. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

0 commenti: