25 ottobre 2016

Leonard Cohen – You Want It Darker (2016)

di Mauro Eufrosini

“I’m leaving the table, I’m out of the game”. Sembra non lasciare incertezze Leonard Cohen, che comincia così la quarta traccia di questo suo quattordicesimo lavoro. Ma se è pronto a lasciare il tavolo da gioco terreno, prima di farlo ha ancora qualcosa da dire. A noi, o a chi vorrà ascoltarlo, ma anche, e soprattutto, al Cartaio. “If you are the dealer I’m out of the game/If you are the healer/Means I’m broken and lame/If thine is the glory/Then mine must be the shame/You want it darker/We kill the flame”.

Ma non è un commiato e non c’è rassegnazione. Se nella magnifica traccia che intitola e apre l’album Cohen scandisce con solennità “I’m ready my Lord” intonando, con uno scatto che interrompe il mantra della canzone, le parole “Hineni, hineni” che la Genesi attribuisce ad Abramo in risposta ai richiami di Dio, nella successiva Treaty lo sfida. Arrabbiato e stanco, Cohen arriva a proporre un patto, d’amore: “I wish there was a treaty we could sign/I do not care who takes this bloody hill/I’m angry and I’m tired all the time/I wish there was a treaty /Between your love and mine”.

You Want It Darker è un album straordinario e non solo perche è il suo terzo dal 2012, ad una stagione della vita, 82 gli anni del poeta songwriter canadese, che suggerirebbe invece tempi di produzione più dilatati. E’ straordinario per la densità di una poesia sonora (con buona pace di chi ancora si ingastrisce per il Nobel a Bob Dylan) che vola alta sull’abisso nero del confine tra vita e morte, unione mirabile di una meditazione solenne e ipnotica con melodie che ne sacralizzano la profanità.

Mai come prima Cohen canta del mistero dell’esistenza, giocando d’ambiguità con i significanti verbali che la costruzione poetica spinge ai limiti della loro intima incapacità, dentro ad una cornice sonora sontuosa ed impalpabile. Merito dei contributi di scrittura musicale di Sharon Robinson e Patrick Leonard, e della produzione sensibile del figlio di Cohen, Adam, che riassume l’intera esperienza formativa ed artistica del padre mescolando con minimalismo timbri e colori di linguaggi popolari blues e folk, nordamericano e mediterraneo, con la sacralità del Cantor Gideon Zelermyer & the Shaar Hashomayim Synagogue Choir di Montreal. Fonte originale dell'articolo

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