5 luglio 2016

Wilco - Being There (1994)

Oggi potrebbe persino essere considerato come un disco di passaggio, dall'età dell'innocenza roots verso la sperimentazione più ardita della canzone pop, ma se dovessimo trovare un punto di sintesi e al tempo stesso un fermo immagine dei Wilco più "progressisti" allora continueremmo a rispolverare Being There. Doppio, ambizioso allungo all'indomani del più dimesso esordio A.M., il disco rilegge con audacia l'esperienza dell'alternative country divenendone presto una sorta di testo sacro, ma al tempo stesso indicando la strada per uscire dal vicolo cieco: nelle quattro ideali facciate Being There parte dalla tradizione per spingersi oltre, verso una forma di ballata stralunata dove l'estro di Jeff Tweedy per la prima volta può chiaramente mostrare tutte le sue aspirazioni. La band non sfodera ancora la sensibllità avanguardista degli anni a venire, ma proprio la sostanza più rustica di Max Johnston, Ken Coomer e del compianto Jay Bennett (mai troppo lodato per il suo ruolo di alter ego nel gruppo) rende irresistibili gli alti e bassi della doppia raccolta e i suoi repentini cambi di umore. Fra le cacofonie di Misunterstood e Sunken Treasure e la solitudine country&western di Far Far Away scorre un universo intero: eppure sugli opposti Being There si gioca tutto il suo fascino, come se Hank Williams, Creedence, Beatles e Sonic Youth potessero giocarsela alla pari, passando dal fracasso rock'n'soul di Monday al deserto di Hotel Arizona. (Mia valutazione:  Distinto)

(Fabio Cerbone)

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