25 giugno 2016

Patti Smith - Horses (1975)

«Gesú è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei»: l'affermazione in fondo è ambigua, o almeno enigmatica, ma chiunque la ascolti per la prima volta, alla metà degli anni Settanta, ne percepisce, senza se e senza ma, tutta la portata liberatoria. Tanto piú che la frase, pronunciata da una donna che da sempre lavora con le parole e che sa come trattarle, apre una versione trascinante di una canzone che mescola abilmente sacro e profano: Gloria, che Van Morrison scrisse per i Them. Cosí la poetessa Patti Smith sale per la prima volta sul palcoscenico mondiale del rock'n'roll. Con un urlo che tira in ballo Gesú, la libertà, i sensi di colpa. Soprattutto i sensi di colpa. Da qualche anno, a New York, la si può ascoltare con la sua band al CBGB e magari la si può vedere a St Mark's Place, al circolo dei poeti post beat che si ritrovano al lunedí e al venerdí. La si vede con l'amico fotografo Robert Mapplethorpe, con cui ha vissuto al Chelsea Hotel, e con Lenny Kaye. Con Kaye ha cominciato a mettere in musica le sue poesie, finché intorno a loro è nato un gruppo, una rock'n'roll band vera, e classica: chitarra, basso, batteria e pianoforte. Nel 1974 Mapplethorpe finanzia registrazione e pubblicazione del loro primo singolo, che mette subito le carte in tavola: la canzone che scelgono è uno standard rock'n'roll, Hey Joe, che registrò anche Jimi Hendrix, ma il parlato che gli aggiunge Patti Smith racconta di Patty Hearst, l'ereditiera rapita da un gruppo di ribelli, e poi di sesso, e di violenza. Per il primo album, Patti e i suoi si sono rivolti a un guru della scena alternativa newyorkese, John Cale, uno dei Velvet Undeground, e non immaginano che saranno costretti a trascinarlo su territori arditi che a lui interessano poco e che loro invece sentono molto vicini a quelli percorsi, anni prima, dai Velvet. Pare che Cale nel frattempo si sia innamorato dei Beach Boys e veda nella band della signora Smith spiccate potenzialità pop. Alla fine la tensione probabilmente fa bene a tutti: a lei, che non tradisce se stessa e riesce a essere al tempo stessa poetessa e rocker, a cantare come se fosse a un reading e a divertirsi come a un concerto al CBGB. Al gruppo, che non molla di un millimetro e suona come se i Velvet Underground fossero ancora con Lou Reed. E al punk rock, che trova i suoi nuovi profeti. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

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