26 giugno 2016

Breve storia della musica rock #2/3

di Federica Zanotti

Arrivarono poi i mitici Sixties, i favolosi anni Sessanta, che portarono con sé la nascita di una cultura rock vera e propria, plasmata a partire dalla musica - che doveva essere pura, autentica, al di sopra di ogni compromesso con il mondo e con tutti gli altri generi commerciali d'intrattenimento - e che finì col connotarsi ideologicamente al punto da diventare una vera e propria utopia. Bob Dylan ne fu la massima espressione sull'East Coast: musicalmente non portò alcuna innovazione al rock, date le sue radici da folksinger, ma fu il primo a riportare in auge la rabbia e il bisogno di cambiamento che prima di lui Elvis, Chuck Berry e soci avevano cantato, offrendo la possibilità di "pensare" attraverso le parole delle sue canzoni - vere e proprie pietre miliari come "Blowin' in the Wind" - che lo trasformarono nel messia delle nuove generazioni.
Ad Ovest la California divenne la frontiera dello spirito più autentico del rock e il surf il simbolo di una nuova condizione giovanile audace e libera dagli obblighi della vita adulta. Nacque così la surf music: il rock'n'roll dei giovani bianchi della classe media americana. I Beach Boys (Brian, Carl e Dennis Wilson con Alan Jardine e Mike Love) furono la realtà che meglio incarnò il clima di quest'epoca. Il lavoro simbolo della band, che rivela lo strepitoso talento di Brian Wilson, è "Pet Sounds", concept album che contiene la stupenda "God Only Knows". Ma il brano più importante della band californiana è "Good Vibrations", rilasciato come singolo nel 1966. Il pezzo è una vera e propria "sinfonia tascabile" e il risultato di un incredibile lavoro di produzione in cui circa 30 minuti di sessioni musicali sparse vennero condensati in un pezzo pop.


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