5 febbraio 2016

Captain Beefheart & His Magic Band - Trout Mask Replica (1969)

E' un vecchio amico, l'ex compagno di scuola Frank Zappa, che 10 tira fuori dal vicolo cieco in cui si è cacciato. Gli propone di raggiungerlo, a Los Angeles, e lo mette sotto contratto per la sua nata casa discografica. Don Van Vliet non se lo fa dire due volte: mette insieme una band e la trasforma in una sorta di setta dedita al culto del suo alter ego, Captain Beefheart. Lui dirà poi di aver scritto le 29 tracce di Trout Mask Replica in poche ore, ma questo appartiene al folklore beefheartiano, a quel gusto per la provocazione un po' infantile che gli fa dire di non aver mai toccato le droghe, o di aver abbandonato le scuole alla conclusione di quella materna. La verità è che lui ribattezza i suoi musicisti con nomi come Zoot Horn Rollo, Rockette Morton, Drumbo, Antennae Jimmy Semens, e che li costringe a provare e a vivere insieme per otto mesi, controllando ogni aspetto della loro vita, compresa la dieta. Lo stile è appunto quello di una setta hippie, non del tutto insolito per la California del tempo, e l'obiettivo è buttar giú le composizioni del Capitano al punto da poterle sputar fuori senza sforzo, un pezzo alla volta. E quello che avviene. Otto mesi dopo, con Zappa alla console, in quattro ore e mezza - dice la leggenda - la band, per buone ragioni chiamata «magica», registra il doppio album rock'n'roll piú rivoluzionario di quegli anni e forse di ogni tempo. Gli ingredienti principali della ricetta sono il blues e il free jazz alla Omette Coleman, fusi in una sorta di colata sonora dissonante e priva delle connessioni (di ritmo e di fraseggio) abituali, tenuta insieme il piú delle volte dal cantato-parlato di Van Vliet. L'idea stessa di canzone viene fatta a pezzi, e i pezzi vengono esibiti con un gusto un po' fanciullesco, un po' perverso: ecco qui una linea di basso che non c'entra nulla con quanto stanno facendo le percussioni, ecco là un assolo di chitarra sovrapposto a un testo parlato che ne impedisce l'ascolto. Don si interessa d'arte da sempre, e quando abbandonerà la musica diventerà un pittore espressionista astratto di un certo livello: viene facile dire che suona, o meglio, orchestra i suoni con gli occhi dell'artista visivo, giustapponendoli, facendoli scontrare. Pare una follia, ma la destrutturazione della forma-canzone diventerà, qualche decennio dopo, quasi una necessità. Per Don Van Vliet Io è già nel 1968. (Mia valutazione: Distinti)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

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