15 gennaio 2016

David Bowie #3/3

Di un artista si dice spesso sia il prodotto dei suoi tempi.
David Bowie è stato il prodotto dei suoi tempi, e poi di quelli dopo, e poi di quelli dopo ancora. Ha cantato la ribellione d'una generazione, poi ne ha intuito il fallimento e l'ha irrisa. Ha visto il mondo incupirsi e l'ha cantato. Ha cantato pure la cortina di ferro: anzi l'ha fatto come mai nessuno prima e dopo. E’ volato nella Berlino del Muro, se n'è fatto inghiottire. Ha inciso un album, Low, perfettamente diviso in due: due mondi che mai s'incontrano e collassano dentro se stessi. Ha cantato gli anni Ottanta, ma a guardarlo saltellare con l'abito azzurro di Let’s dance ti pareva che gli anni Ottanta se li fosse inventati lui.
David Bowie, ti viene in mente allora, è scivolato sulla storia facendosi ora prodotto, ora ispiratore dei tempi. Kitsch, con la parola nel suo significato originale, e precursore. Annunciatore e interprete. A celare un conflitto irrisolto, e che forse mai s'è dato premura di risolvere, tra l'accettazione e la repulsione del mondo. E a partorire, inevitabilmente, un continuo gioco di riflessi tra il sogno e la realtà, tra il qui e l'altrove.
Ha avuto, David Bowie, anche la lucidità e il privilegio di annunciare la propria morte. Lo ha fatto cantando e pure danzando, come a voler sovrapporre questa nuova figura emaciata e finale allo Ziggy Stardust di una vita fa. Ha voluto raccontare la morte come uno di quei tanti passaggi di cui era stato autore e protagonista in vita. Sono molto contento lo abbia fatto. Solo questo.
And the stars look very different today.

Gianmarco Volpe

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