20 gennaio 2014

Phish - Niagara Falls (2013)

di Luca Salmini

E’ il 7 dicembre del 1995 quando i Phish giungono per la prima e finora unica volta nella città di Niagara Falls nello stato di New York, per un concerto che riflette all’interno dell’arena del locale Convention Centre la spettacolarità dello scenario naturale che fa da sfondo alla località famosa in tutto il mondo. “...Metti i piedi sul palco ed ecco chi sei veramente...” avrebbe dichiarato di lì a poco il batterista Jon Fishman, ed infatti la band si è ormai trasformata in una creatura da concerti assolutamente straordinaria ed esuberante. Il ‘95 è infatti un’anno cruciale per l’attività concertistica del gruppo, consacrata in via ufficiale dal doppio A Live One pubblicato in quel periodo, considerando il salto di qualità espresso da una aumentata capienza degli spazi (oltre i 10.000 posti) in cui abitualmente si esibisce e dal debutto allo storico Madison Square Garden avvenuto al termine di quella stagione: una crescita non solo in termini numerici, ma anche musicale e artistica, che si percepisce chiaramente dalle note di questo nuovo triplo CD intitolato appunto Niagara Falls, nuova scoperta nell’arco delle pubblicazioni di materiale d’archivio da tempo avviata dalla band.
Come fossero ispirati dalla vicinanza alle celebri cascate, i Phish suonano con straordinaria fluidità ed energia, sviscerando la componente progressiva della loro musica e concentrandosi sulle melodiche ondulazioni delle improvvisazioni, innescate dai liquidi crescendo del pianoforte di Page McConnell e dalle liriche traiettorie della chitarra di Trey Anastasio. Tre ore abbondanti di concerto per 21 canzoni, con l’aggiunta di una Poor Heart recuperata dal soundcheck a completare il terzo CD, testimoniano lo stato di grazia della band del Vermont e fotografano forse uno dei momenti di maggior creatività dell’intera carriera, conclamato dalla prossima pubblicazione di Billy Breathes, uno dei lavori di studio piu brillanti della loro discografia. La notte del 7 dicembre ‘95, i Phish suonano molto diretti ed armonici, articolando con grande dinamismo le jam progressive su cui si librano canzoni come la cristallina Rift, una Slave to the Traffic Light, incredibilmente setosa ed avvolgente ed una lunga Guyute; dando prova di grande gusto in una superba Reba virata al jazz; o lasciando esplodere la fantasia nella splendida Split Open and Melt, dove affiora più volte il giro d’accordi di In-A-Gadda-Da-Vida degli Iron Butterfly. Se le funamboliche improvvisazioni non mancano, basta ascoltare l’esplosiva e chilometrica accoppiata Mike’s Song/ Weekapaug Groove dal finale psichedelico, lo show di Niagara Falls sottolinea inoltre quanto il repertorio dei Phish sia zeppo di meravigliose canzoni come Strange Design, intrisa di calde sonorità Americana; come l’epica Taste, una sontuosa spirale melodica in forma di ballata; come Julius, sanguigno rhythm’n’blues con un’ispiratissimo McConnell all’organo; o come Sleeping Monkey, vellutato folk-rock davvero delizioso fino al divertente farfuglio finale di Fishman. Tra scintille bluegrass come Sparkle e Uncle Pen; partite di scacchi con il pubblico; e sparate dagli umori southern come Possum, Niagara Falls si distingue anche come l’unico concerto in cui entrambi i set si sono conclusi con una canzone cantata a cappella: Hello My Baby a chiudere la prima parte e la celebre Amazing Grace a salutare il pubblico prima del bis, momenti di totale comunione con la platea che la band ama concedere. Senza sperimentalismi, astruse trovate soniche o concessioni al funky, anche la dilatatissima Mike’s Song mantiene sempre un fervore molto rock e un’elevato grado di immediatezza, sinonimo di una sintonia che consente alla band di suonare con assoluta naturalezza, Niagara Falls si può considerare un concerto memorabile. (3,5/5 voto mio)

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