3 maggio 2013

Ivan della Mea

La nave dei folli

Ivan Della Mea ha cominciato a scrivere versi e musiche nel 1959, con La grande e la piccola violenza, che terminò solo tre anni dopo.
Nel giugno del 1966 ha inciso un disco, Io so che un giorno, che rimane probabilmente la cosa migliore mai scritta in Italia nel campo del canto politico. Ci si trova dentro, genialmente, quella componente del fare politica che è la memoria storica e di classe e c'è la rilettura - dopo 20 anni - di una fase cruciale della storia operaia italiana, fatta dal di dentro delle cose e delle esperienze; ci sono gli anni '50 con le loro storie private e pubbliche, coi loro drammi individuali e collettivi. Le ballate in questo disco sono tra i più riusciti tentativi, nella cultura italiana contemporanea, di fare storia di classe ed espressività popolare insieme.
Dopo un lungo silenzio, nel '70 Ivan Della Mea ritorna con il disco Il rosso è diventato giallo. Molte cose sono cambiate nella sua storia privata e politica e ce n'è il segno preciso e puntuale in queste canzoni. La rottura con il PCI, il rapporto difficile, precario e alterno con le organizzazioni rivoluzionarie e, ancora, con il PCI; la moglie, la figlia, Gianni Bosio, Franco Solinas; poi il privato che tende a prevalere e a diventare intimismo, e addirittura il "dubbio di Dio" che riaffiora.
Dopo La balorda e Se qualcuno ti fa morto entrambi del '72, esce Ringhiera nel '74. La storia è quella di un vecchio militante comunista, segretario di una sezione di Milano, che ripercorre e narra le tappe della propria vita dalla gioventù alla guerra di Spagna, alla Resistenza, al dopoguerra.
Personalmente lo ritengo il disco migliore di Ivan Della Mea, anche se è certamente il più "complesso". Il modo in cui in Ringhiera affronta i "problemi" è indice di una nuova maturità artististica e culturale di cui la La nave dei folli ne è la conferma. E' una ballata lunga che presenta molti elementi di novità; innanzitutto nella struttura musicale che non trova alcun riferimento nei precedenti lavori di Della Mea; si tratta di un'unica, compatta frase melodica dai toni costantemente alti, quasi senza soluzione di continuità. Una canzone da cantare tutta d'un fiato premendo sulle parole, inseguendo le strofe, gridando sul ritornello. La novità maggiore della ballata si avverte sul piano letterario ed è rappresentata dal carattere insieme metaforico e realistico di questa Nave dei folli: la rivendicazione del diritto alla fantasia, non di evasione nè di fuga, ma di concreta e fondata volontà di utopia, una richiesta di trasformazione creativa del reale.
Altri dischi sono stati incisi nella sua carriera cantautorale, ma pochi sono riusciti ad eguagliare questi pubblicati, se così possiamo definire: prima fase politico sociale personale.

A margine, ricordo di aver cantato decine e decine di volte La nave dei folli, non ricordando sempre tutte le parole del testo, ma poi poco importava. Mi sono molto emozionato dopo l'ennesimo ascolto di questo grande brano, potente e dal grande phatos, chissà se l'amico Pierpaolo, ricorda ancora gli accordi con la chitarra?


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